Pantarei

Pantarei, tutto scorre… e qui tutto scorre davvero, forse a volte un po’ rovescio ma và!
Cooperativa nata e fortemente voluta per la cura e il recupero degli “svantaggiati”

Il nome, anche se corretto mi ha fatto subito sorridere, bello definire “svantaggio” una realtà intrisa da parole difficili come malattia mentale, disagio psichico, bipolarismo, schizofrenia, a persone che come me, hanno sempre guardato a questo mondo con un cannocchiale il più lungo possibile per vedere pochissimo e starsene lontani. E’ un mondo fatto di colori che non esistono, energie sbagliate e sentimenti capovolti. Difficile ma attrattivo, solo quello che basta però, per assicurarsi di non farne parte.
Incontriamo Elena responsabile dell’associazione.
E’ bella, semplice, solida e diretta.
Anche se tace parla, credo che abbia affinato questa abilità perché nel suo lavoro le parole servono a poco.
Guarda dritto negli occhi, mai sopra o sotto, si pone all’altezza di chi parla con lei per capire e per offrire sé stessa senza la retorica dell’aiuto ma nella praticità di chi ha delle possibilità e le mette a disposizione.
La caratteristica della cooperativa sociale è di curare le persone attraverso il fare, un lavoro e un tempo su misura cercato per ognuno degli svantaggiati, perché si sentano un po’ meno fragili, per passare il tempo un po’ di più in compagnia delle loro mani anziché della loro testa.

Stare lì fa bene e fa male, ti senti scemo perché vedi intelligenze ovunque.
Capisci che la relazione tra le persone “normali” e gli svantaggiati si sviluppa nel solco del disagio che tutti abbiamo e che, grazie al fatto di conviverlo con loro, ci migliora perché accettiamo dei tempi più lenti, accettiamo uno sguardo sopito, o una risposta poco adatta alla domanda e questo fa scendere a patti con la nostra smania di perfezione.
Sono i soci lavoratori “normodotati” che fanno capire tutto questo, non con le parole ma con la presenza, sono lì, sempre.
Sono lì dopo che un giornalista scrive un articolo sulla meraviglia di aver visto tutto questo e poi se ne va, dopo che una televisione realizza un filmato del “magico mondo” e spegne la telecamera,
dopo che la notizia ha finito di essere notizia.
Loro sono sempre lì.
Dirigere questo mondo è rendere l’imprevisto la normalità, sopperire al lavoro di chi non ha voglia di alzarsi dal letto, a chi ha la giornata storta, a chi deve affrontare delle cure improvvise, a chi ancora una volta deve fare i conti con un destino che non ha avuto molta compassione.
Se tutto questo succedesse in una azienda classica, le persone sarebbero arrabbiate a dir poco, ci sarebbero assenteisti di proposito, ci sarebbe una produzione che ne risente, un servizio al cliente scadente, scioperi e non so che altro.
Qui no.

Qui ci si aiuta e ognuno assume il ruolo che in quel momento serve per tenere in piedi la baracca, perché senza tutto questo la vita di tanti peggiorerebbe e la responsabilità è palpabile.
Qui gli operatori sanno che hanno a che fare con materiale delicatissimo ed equilibri sofisticati.
E sofisticati sono loro.
Penso che sia difficile vivere e lavorare con persone che sono state scelte con cura dal destino per tirargli un gancio potente da fargli smarrire un bel po’ di ragione, restarne a contatto tutto il giorno e vivere il resto della vita senza rimanerne scossi profondamente.
Penso che sia un equilibrio instabile molto stancante ma sono sicura che la forza per mantenere la direzione provenga proprio da questo piccolo esercito di persone che ridono e piangono nei momenti sbagliati.

 

Fotografie di Antonella Vecchi
Storytelling di Maria Rosa Ambroso

 

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