I.S.R.A.A.

Arrivando al centro di accoglienza, ci si immerge in un ambiente costituito da architetture equilibrate che accompagnano naturalmente attraverso percorsi che poco alla volta sciolgono la frenesia del mondo e conducono in una realtà diversa, temuta, ma reale e presente in ognuno di noi.

L’immobile si sviluppa su tre livelli, e ad ognuno di essi è affidato il compito di proteggere al suo interno le persone con diversi livelli di autonomia.

Voglio parlare di livelli di autonomia e non di patologie perché la nostra mente li collocherebbe immediatamente nella sezione “malati” e non è quello di cui voglio parlare.

Sono persone che hanno vissuto tanta vita e in questo momento, ne stanno vivendo un pezzo particolare. Hanno creato e accudito ed ora, ad essere accuditi sono loro perché il fisico si è stancato di seguirli come faceva un tempo e impone standard diversi.

Sopperire a questo, è il gruppo di specialisti che abbiamo conosciuto che si sostituiscono ai pezzi mancanti, non per curarli e farli così sentire malati, ma per proteggerli da un mondo che li costringerebbe a fare i conti con le loro inadeguatezze.

Si sostituiscono alle mani incerte, alle gambe instabili, alle menti che si smarriscono e agli occhi    fermi a fotogrammi lontani. 

Donano loro la solerzia e la vitalità che oggi ha preso direzioni diverse, che li fa parlare senza dire, e sorridere a cose che non sanno spiegare ma, che per loro, sono il presente e la pienezza della loro esistenza.

I gesti dei giovani sono lievi, rispettosi e attenti a non invadere la delicatezza dei loro ospiti e sempre preceduti da una richiesta di permesso.

Abbiamo visto, a differenza di ciò che si pensa, un mondo pieno di emozioni e di inaspettate proiezioni verso il futuro.

Il tempo qui gioca scherzi strani.

E’ un tempo in movimento, imparano i giovani e imparano i vecchi.

Rimbalza continuamente dall’uno all’altro e spesso si confonde, i sorrisi dei vecchi sono innocenti come quello dei bambini e nei ragazzi è maturo, consapevole e a volte rassegnato.

Negli occhi degli anziani lo scorgiamo lontano ma presente, totale, e, se non fosse per la pelle che li circonda e ne porta i segni, non sapremmo distinguerne l’età.

I ragazzi sembrano volare su tutto questo, sono rapidi e attenti, non tralasciano nulla, con una mano aiutano, con gli occhi rassicurano e le bocche intanto ridono. Sono certa che i signori e le signore dimenticano sé stessi e per alcuni momenti si immedesimano e si perdono nel movimento e nella giovinezza lasciando il peso degli anni sulle sedie a rotelle e nei letti.

Dall’esterno sembra un gioco macabro, in cui la vita si diverte a scombinare i ruoli degli attori, nella realtà, lo scambio che avviene è quello della vita stessa.

Nascita, vita, oblio.

Qui il processo è a ritroso e l’oblio è il nuovo punto di partenza; e la rinascita a volte accade.

Penso che questi professionisti abbiano lo stesso ruolo dei genitori e che senza di loro la vita per queste persone cesserebbe molto prima che il cuore dimentichi di emozionarsi.

 

Fotografia di Antonella Vecchi

Storytelling di Maria Rosa Ambroso

 

Torna su